Mostra personale a Ciserano (BG), aprile 2011 presso Associazione “Il Gelso”

“DIVERSE MA ME STESSO” .

La scultura di Ireneo Passera.

Presentazione a cura di Alessia Rotondo.

“Io per vivere ho fatto il restauratore. Da questa esperienza ho capito che la mia parte creativa non poteva trovare sbocco in questo tipo di lavoro, allora l’ho investita nei momenti liberi della mia vita”.

Così si presenta Ireneo Passera. Restauratore e artista. Due mestieri e due approcci diversi alla vita, ma entrambe necessari. Se uno è esattezza e rigore, diligenza, cura e puntualità, l’altro è sfogo e liberazione, difetto e irregolarità.

Così discordi ma non troppo opposti e lontani, poiché tutti e due agiscono sulla materia per recuperare l’origine, la radice; se da una parte il restauratore agisce per reintegrare e conservare un oggetto o un’opera d’arte, dall’altra l’artista interviene sulla materia per conservare e registrare un’identità.

Rigorosi blocchi di marmo e anonimi pezzi di legno diventano i custodi di storie, di memorie, di qualcosa che è stato e che sarà. Tra il definito e l’indefinito, tra il pieno e la sua assenza, tra il conscio e l’inconscio, c’è una traccia, un segno, un’impronta che viene a essere voce e testimonianza di una realtà che ci appartiene.

Linee morbide e raffinate disegnano corpi abusati, oro e bianco sono i colori che avvolgono piccoli e grandi scheletri, le vene del marmo diventano reali, parte viva di volti segnati e di corpi portatori di cicatrici. L’occhio percorre una linea che man mano prende una forma, rivelando e fissando nello spazio tracce di un vissuto: Senza niente (tra la fame e la morte) è un piccolo scheletro di legno, abbandonato e solo nell’espansione dell’oro; Controvento è un volto che porta i segni, le tracce di ciò che la vita gli ha riservato; Senza titolo è uno smisurato volto di ferro con le mani rivolte verso l’alto, pronte ad accogliere le nostre; Tra odio e amore è una donna incinta dal volto coperto, uno squarcio sul ventre seduce e ottiene la nostra attenzione, mani avvenenti contengono contemporaneamente il dramma e la gioia; L’angoscia di raccontarsi è un grosso scheletro di marmo bianco, chino, le cui mani si dilungano su tutto il corpo, legandolo e imprigionandolo in se stesso, quasi non avesse via d’uscita; Senza titolo è una sequenza di quattro volti che ritrae in maniera incisiva la transitorietà della vita, quella sottile linea di confine che esiste tra il conosciuto e l’ignoto.

Ogni opera è una traccia che ci invita ad essere ascoltata, non riusciamo a distogliere lo sguardo e a fare finta di niente, perché siamo messi a nudo, perché ognuna di esse ci rimanda ad una parte di noi che è sempre stata velata o volutamente dimenticata, a storie vecchie che sono le nostre ma che saranno probabilmente il futuro di altri.

Si percepisce un’indagine su se stessi, una necessità di appartenenza, una voglia di affermare una propria identità, ma anche una ricerca per e verso l’altro. Sono corpi pesanti nella loro materialità e fragili nella loro essenza, ma nella loro vulnerabilità e deperibilità c’è una possibilità, un indizio che ci avvicina all’altro. Ne sono strumento le mani, presenti e dettagliate in tutta l’opera dell’artista, fin dall’origine, la mano è presente nel gesto e nel segno che colpo dopo colpo ha dato vita a queste sculture, a queste tracce di vita; l’impronta che lasciamo è un segno, una traccia che ci distingue dagli altri, la mano è il mezzo con cui diamo e riceviamo, è forse la prima parte del nostro corpo con cui stabiliamo un contatto con il mondo esterno.
Scolpire è tracciare e tracciare è scrivere. Scrivere dell’Io e dell’altro.

 

Ciserano 2011
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